Dott Lucio Piscitelli

Specialista in Chirurgia Generale - Specialista in Chirurgia Vascolare


 

La elastocompressione rappresenta la metodica terapeutica di base in campo flebologico, complementare e “trasversale” rispetto a tutte le altre e viene classificata con raccomandazione di alto grado nelle analisi della Evidence Based Medicine.

Essa può essere infatti considerata come unico trattamento o venire associata ad altre procedure quali terapia medica, sclerosante, chirurgica, pressoterapia, linfodrenaggio, ecc. .

 

Indicazioni

  • prevenzione (stati “prevaricosi” – gravidanza – attività lavorative particolari – rischio TVP ed EP)
  • insufficienza venosa cronica
  • sindrome postflebitica (SPF)
  • unica terapia delle varici quando altri trattamenti sono controindicati
  • compressione in corso di scleroterapia
  • compressione dopo chirurgia
  • linfedema
  • mantenimento e consolidamento degli effetti della pressoterapia e del linfodrenaggio
  • pannicolopatia edematofibrosclerotica (cellulite)
  • terapia delle ulcere cutanee di origine venosa

 

Azione delle calze elastiche

I principi fisici su cui si basa sono diversi a seconda delle indicazioni e di conseguenza in base al tipo di compressione applicata:

 

Contenzione
Contenimento delle masse muscolari opponendo un contropressione esterna ad elasticità ridotta durante la contrazione e incrementando così la fisiologica azione di sostegno dei muscoli nei confronti dei tronchi venosi profondi insufficienti (insufficienza venosa cronica, sindrome postflebitica) e potenziando la cosiddetta  “pompa muscolare”. L’effetto si esplica quindi prevalentemente durante l’esercizio fisico e la deambulazione.

 

Compressione
Applicata con presidi ad elevata elasticità il cui effetto viene esercitato prevalentemente sui piani più superficiali e sui tronchi venosi esterni, con azione di sostegno (prevalentemente prevenzione) o di collabimento delle vene superficiali per evitare reflussi al loro interno.

 

Caratteristiche delle calze elastiche

Le calze elastiche sono a tutti gli effetti un presidio medico e devono rispondere a specifiche caratteristiche strutturali definite in apposite normative internazionali (Tedesca: RAL-GZ 387, Francese NFG 30-102B, Inglese BS7505), cui devono uniformarsi per criteri di fabbricazione, qualità dei materiali,  individuazione del grado e del tipo di compressione, conformazione, garanzia, ecc.

E’ evidente quindi che la distribuzione e la commercializzazione, nonché la prescrizione, debbano avvenire nell’ambito di circuiti specializzati che nulla hanno a che vedere con le calze di comune impiego o con altri prodotti spesso pubblicizzati e presentati con caratteristiche terapeutiche, determinando incertezze e confusione nell’utente finale.

 

Tipi di calza elastica

Linea di sostegno
Spesso definite “preventive”, sono calze per lo più in Nylon caratterizzate da elasticità elevata, azione compressiva limitata ed estetica favorevole, con ampia gamma di modelli e colorazioni, che le differenzia di poco dalle normali calze e le rende particolarmente gradite alle pazienti.

Il loro grado di compressione viene generalmente indicato in den (denari: 1 den = peso in grammi di 9 km de filato utilizzato) o in mm/hg (14 – 18) alla caviglia. Compressioni al di sotto dei 70 den o dei 14 mm/hg non vengono considerate in flebologia.

Il loro impiego risulta indicato nei cosiddetti “stati prevaricasi” (familiarità, ipotonìa venosa), in corso di trattamento sclerosante, durante la gravidanza, per particolari attività lavorative, per il mantenimento dei risultati dopo chirurgia e per la prevenzione di “nuove varici”.

Viene inoltre sempre più spesso riferito un favorevole effetto sulla pannicolopatia edematofibrosclerotica (cellulite).

 

Calze terapeutiche
Sono calze caratterizzate da livelli di compressione più elevati, minore elasticità ed estetica meno accattivante, per quanto i progressivi sforzi delle aziende produttrici abbiano nel tempo messo a disposizione modelli più attraenti (microfibra) ed in varie colorazioni.

Il grado di compressione, che è decrescente dalla caviglia alla coscia (compressione graduata), viene misurato in mm/hg ed assegnato a specifiche “classi di compressione”: 1K – 2 K – 3K – 4K  (I – II – III –IV). L’identificazione del modello, della classe di compressione e della taglia sono molto critiche e richiedono attenzione e meticolosità da parte dello Specialista, come pure la valutazione di eventuali controindicazioni (immobilità, arteriopatie, ecc.).

Le indicazioni al loro impiego sono rappresentate dalla Insufficienza Venosa Cronica (persistente ostacolo al ritorno venoso), Trombosi Venosa Profonda, Sindrome Postflebitica, prevenzione in gestanti con predisposizione di alto grado, stabilizzazione della guarigione di ulcere venose, varici in presenza di controindicazioni alla chirurgia, linfedema, ecc.

 

Calze “antitrombo”
Si tratta di particolari presidi applicati per la prevenzione della Trombosi Venosa Profonda (TVP) e della sua ulteriore temibilissima evoluzione rappresentata dall’Embolia Polmonare (EP).

Trovano per lo più indicazione in soggetti a rischio (obesità, trombofilia, anziani, cardiopatici, neoplastici, ecc) quando si trovino nelle situazioni in cui tale evenienza è temibile (interventi chirurgici, immobilità, parto, ecc), in associazione o meno con provvedimenti di tipo farmacologico (Eparine a Basso Peso Molecolare).

 

Calze postoperatorie
Il loro impiego avviene dopo interventi flebologici (stripping, flebectomie, ecc) per un’adeguata compressione al fine di garantire la necessaria emostasi (controllo del sanguinamento) e la prevenzione di complicazioni (formazione di ematomi, flebiti, TVP), in sostituzione della applicazione di fasce elastiche, usate per il passato, che risultavano particolarmente  disconfortevoli per i pazienti, ne ostacolavano la corretta deambulazione, oltre che rappresentare esse stesse origine di non rare complicazioni legate al non corretto posizionamento o alla inavvertita mobilizzazione.

Si tratta per lo più di specifici monocollant che vengono applicati sul tavolo operatorio al termine della procedura.

 

Modelli di calze elastiche

AD – Gambaletto: trova scarse applicazioni non consentendo una completa applicazione del gradiente pressorio caviglia-coscia. Viene più spesso prescritto come “ripiego” in soggetti intolleranti o che incontrino oggettive difficoltà (obesità, limitazioni fisiche) ad indossare altri modelli. Risulta al contrario utile e confortevole per la “linea di sostegno” nei pazienti di sesso maschile, prevedendo anche modelli in cotone elasticizzato.

AG – mezza coscia: scarse indicazioni per la difficoltà di mantenerle in sede e non adeguata conformazione alla morfologia dell’arto. La linea di sostegno prevede tuttavia “autoreggenti” (anche particolarmente estetici) vantaggiosamente utilizzabili in pazienti con arti di proporzioni armoniche.

AT – collant: rappresenta il modello di scelta in tutti i casi nel modello standard o con specifiche taglie “conformate” e “premaman”

AT – monocollant: presenta indicazioni specifiche in tutte le tipologie descritte.

Risulta quindi evidente che l’identificazione e la corretta prescrizione di una calza elastica siano inevitabilmente legati alla competenza e alla esperienza dello Specialista e non possono essere demandati ai consigli di un banconista o peggio ad improvvisati “fai da te”, in considerazione anche di possibili effetti dannosi derivanti da un uso scorretto di presidi non adeguati al caso clinico.

Il rifiuto alla prescrizione o l’apparente intolleranza talvolta opposti all’utilizzo delle calze elastiche derivano in larga parte proprio dall’applicazione di prodotti inadatti per appropriatezza al quadro clinico, modello, taglia o livello compressivo, nonché dalla mancata opportuna informazione sulle modalità d’uso, sui risultati che ci si debba attendere e sul tipo di collaborazione necessario da parte del paziente.

Esistono infine particolari apparecchi “indossatori”, il cui uso è poco conosciuto ma estremamente efficace, che rendono assai agevole l’applicazione nei casi più difficili ed al cui utilizzo bisognerebbe indirizzare quei pazienti scarsamente autonomi, che sono poi molto spesso proprio coloro che maggiori vantaggi potrebbero trarre dalla terapia elastocompressiva.

 

Dati aggiornati al 04/11/2015

 

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